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m. for mirror

Ho sempre pensato che ostentare i sentimenti ripetendo alla pesona che hai di fronte che le vuoi bene o che la ami sia il modo più veloce per permettere a delle parole così importanti di perdere di significato. Perchè se mi dici che mi ami sempre, ogni giorno, alla fine io non ci credo più.
Penso anche che lasciare che i sentimenti ci implodano dentro sia forse sbagliato allo stesso modo ed io lo faccio sempre: per insicurezza, per paura, perchè in fondo credo ci sia sempre tempo per farlo.
Così poi il tempo passa, vola via insieme alla gente che se ne va mentre io resto, al massimo vado in bagno, ma resto.
Credo che bisognerebbe guardarsi negli occhi di più, abbracciarsi di più, sorridersi di più. Parlarsi e dirsi “non andare via”, nell’orecchio mentre nessuno può sentire.
Pensavo che sono stufa di avere paura di me stessa, paura di strafare, paura di essere sempre quella troppo poco coinvolta anche se non è vero. Anzi, proprio perchè non è vero.
Perchè tanto puoi ragionarci sopra cento milioni di volte, essere sempre sul punto di dirlo e poi non dirlo più, sublimare gli attimi con cose futili da fare. 
Ma un giorno o l’altro quelle paroline del cazzo usciranno fuori senza che tu te ne renda conto. Magari lui non avrà un buon profumo e appena sveglio non sarà mai stato così terribile davanti allo specchio mentre si abbottona la camicia. Ma glielo dirai.
Un attimo dopo ti sembrerà di aver sbagliato, vorrai nasconderti e cancellare quell’istante. Poi arriverà il tempo e ti dimostrerà che non c’è cosa più giusta che togliersi i macigni dal cuore.
Ma comunque, intanto, hai ragione tu: noi due dobbiamo stringerci di più.

Ho sempre pensato che ostentare i sentimenti ripetendo alla pesona che hai di fronte che le vuoi bene o che la ami sia il modo più veloce per permettere a delle parole così importanti di perdere di significato. Perchè se mi dici che mi ami sempre, ogni giorno, alla fine io non ci credo più.

Penso anche che lasciare che i sentimenti ci implodano dentro sia forse sbagliato allo stesso modo ed io lo faccio sempre: per insicurezza, per paura, perchè in fondo credo ci sia sempre tempo per farlo.

Così poi il tempo passa, vola via insieme alla gente che se ne va mentre io resto, al massimo vado in bagno, ma resto.

Credo che bisognerebbe guardarsi negli occhi di più, abbracciarsi di più, sorridersi di più. Parlarsi e dirsi “non andare via”, nell’orecchio mentre nessuno può sentire.

Pensavo che sono stufa di avere paura di me stessa, paura di strafare, paura di essere sempre quella troppo poco coinvolta anche se non è vero. Anzi, proprio perchè non è vero.

Perchè tanto puoi ragionarci sopra cento milioni di volte, essere sempre sul punto di dirlo e poi non dirlo più, sublimare gli attimi con cose futili da fare. 

Ma un giorno o l’altro quelle paroline del cazzo usciranno fuori senza che tu te ne renda conto. Magari lui non avrà un buon profumo e appena sveglio non sarà mai stato così terribile davanti allo specchio mentre si abbottona la camicia. Ma glielo dirai.

Un attimo dopo ti sembrerà di aver sbagliato, vorrai nasconderti e cancellare quell’istante. Poi arriverà il tempo e ti dimostrerà che non c’è cosa più giusta che togliersi i macigni dal cuore.

Ma comunque, intanto, hai ragione tu: noi due dobbiamo stringerci di più.

Al mattino vado a correre al parco dietro casa e mi succede questa cosa strana di pensare mentre corro e, tante volte, di prendere delle decisioni importanti. Non so se sia proprio l’atto della corsa a farmi bene o soltanto l’estraniarmi da tutto per un’oretta scarsa. E’ come pensare a tutto e a niente nello stesso istante.
Correre rende importanti gli istanti. Ti da la sensazione di attraversare velocemente la tua vita e, un istante dopo, lasciartela alle spalle. 
Così ieri mattina, mentre correvo mi sei venuto in mente tu e la tua telefonata che conteneva ancora tante parole e tanti insieme che non hanno più motivo di esistere. Ho pensato che sono stanca di dar peso ad ogni cosa come se fosse un macigno, di vivere sentendomi “speciale” solo per i miei mille problemi. 
Mi sono messa a pensare a quanto sia stato facile illudermi che un giorno le cose sarebbero andate diversamente, alle possibilità che concedo sempre e solo agli altri e mai a me stessa. 
C’è che ogni tanto vorrei essere stanca come alla fine di una corsa. Ma mi vorrei stancare di quella stanchezza attiva che cambiare le cose e ti fa dire “Ora si fa come dico io o niente” .
Conosco un’unica definizione della parola insieme. Ne esistono tantissime altre, però per me Insieme vuol dire io e te. Insieme è una parola forte che, solo a dirla, ci vuole forza e convinzione.
Ieri, mentre finivo di correre, all’uscita del parco ho visto la statua di questa foto qui in alto. Ogni mattina sembra sempre come se la vedessi per la prima volta.
Come sempre l’ho fissata per un po’ e, mentre ti pensavo ancora andavo via.
Momenti che ti insegnano ad accettare che ci sono cose create per stare insieme ed altre invece no. Come noi due.

Al mattino vado a correre al parco dietro casa e mi succede questa cosa strana di pensare mentre corro e, tante volte, di prendere delle decisioni importanti. Non so se sia proprio l’atto della corsa a farmi bene o soltanto l’estraniarmi da tutto per un’oretta scarsa. E’ come pensare a tutto e a niente nello stesso istante.

Correre rende importanti gli istanti. Ti da la sensazione di attraversare velocemente la tua vita e, un istante dopo, lasciartela alle spalle.

Così ieri mattina, mentre correvo mi sei venuto in mente tu e la tua telefonata che conteneva ancora tante parole e tanti insieme che non hanno più motivo di esistere. Ho pensato che sono stanca di dar peso ad ogni cosa come se fosse un macigno, di vivere sentendomi “speciale” solo per i miei mille problemi.

Mi sono messa a pensare a quanto sia stato facile illudermi che un giorno le cose sarebbero andate diversamente, alle possibilità che concedo sempre e solo agli altri e mai a me stessa.

C’è che ogni tanto vorrei essere stanca come alla fine di una corsa. Ma mi vorrei stancare di quella stanchezza attiva che cambiare le cose e ti fa dire “Ora si fa come dico io o niente” .

Conosco un’unica definizione della parola insieme. Ne esistono tantissime altre, però per me Insieme vuol dire io e te. Insieme è una parola forte che, solo a dirla, ci vuole forza e convinzione.

Ieri, mentre finivo di correre, all’uscita del parco ho visto la statua di questa foto qui in alto. Ogni mattina sembra sempre come se la vedessi per la prima volta.

Come sempre l’ho fissata per un po’ e, mentre ti pensavo ancora andavo via.

Momenti che ti insegnano ad accettare che ci sono cose create per stare insieme ed altre invece no. Come noi due.

Non ho mai saputo cucinare. Sono cresciuta con una nonna con le mani di fata e ho fatto fatica, quando lei è venuta a mancare, ad abituarmi ai fornelli di mia madre a cui non è mai piaciuta l’arte delle cose buone.
Ho iniziato a cucinare presto, avevo forse undici anni e mi ricordo le mie prime esperienze come delle battaglie tra me, le stovoglie sporche e i fallimenti. Ho incendiato pentole, bruciato sughi pronti, fatto carbonizzare focacce, impastato un panettone sul marmo credendo che il procedimento fosse il medesimo della pizza. Insomma sono andata avanti per tentativi ed errori.
Con gli anni ho imparato a correggermi, non ha fare tutto perfettamente perchè quello è impossibile. Adesso mi cimento meno spesso perchè non ho tempo e perchè non voglio che gli altri si aspettino grandi cose da me e dalle mie pentole. Molto probabilmente neanche io voglio aspettarmi grandi cose da me e dalle mie pentole perchè altrimenti poi finisce che, mi faccio prendere dall’ansia, cucino male e mi auto deludo.
E’ un po’ come succede con le persone. Sono sempre stata la campionessa delle infatuazioni per le persone sbagliate. Le individuavo, le lasciavo avvicinare e succedeva che scrivevo scrivevo e scrivevo ancora e, mentre le parole uscivano dalle mie mani, diventavano aspettative. Un attimo dopo quelle persone meravigliose diventavano pessime ed io restavo senza parole perchè mi toccava cancellare quelle vecchie e stavo troppo male per scrivere ancora. Ed il dramma è che cancelli le parole ma le delusioni restano.
Riflettevo su come sarebbe bello arrivare un giorno a comportarmi con le persone come mi comporto con i dolci mentre sono in forno: far finta di non aspettare che sia pronto per vedere com’è. Quindi a non scrivere, a non aspettarmi che loro mi deludano ma nemmeno che loro non lo facciano. A fare a meno di loro ma , allo stesso tempo, a non chiudermi a riccio per paura che mi feriscano.
Per adesso so che alcune di loro ci sono e ci saranno sempre, pronte a dirmi eccomi anche quando non glielo chiederò. Per loro cucinerò dolci di nascosto, senza che loro se lo aspettino. E anche se mi capiterà qualche volta di usare ancora il sale al posto dello zucchero, ci rideremo su e usciremo a mangiare un gelato.
Perchè è vero che, quando vanno via le parole ,le delusioni restano. Ma restano anche gli amici.

Non ho mai saputo cucinare. Sono cresciuta con una nonna con le mani di fata e ho fatto fatica, quando lei è venuta a mancare, ad abituarmi ai fornelli di mia madre a cui non è mai piaciuta l’arte delle cose buone.

Ho iniziato a cucinare presto, avevo forse undici anni e mi ricordo le mie prime esperienze come delle battaglie tra me, le stovoglie sporche e i fallimenti. Ho incendiato pentole, bruciato sughi pronti, fatto carbonizzare focacce, impastato un panettone sul marmo credendo che il procedimento fosse il medesimo della pizza. Insomma sono andata avanti per tentativi ed errori.

Con gli anni ho imparato a correggermi, non ha fare tutto perfettamente perchè quello è impossibile. Adesso mi cimento meno spesso perchè non ho tempo e perchè non voglio che gli altri si aspettino grandi cose da me e dalle mie pentole. Molto probabilmente neanche io voglio aspettarmi grandi cose da me e dalle mie pentole perchè altrimenti poi finisce che, mi faccio prendere dall’ansia, cucino male e mi auto deludo.

E’ un po’ come succede con le persone. Sono sempre stata la campionessa delle infatuazioni per le persone sbagliate. Le individuavo, le lasciavo avvicinare e succedeva che scrivevo scrivevo e scrivevo ancora e, mentre le parole uscivano dalle mie mani, diventavano aspettative. Un attimo dopo quelle persone meravigliose diventavano pessime ed io restavo senza parole perchè mi toccava cancellare quelle vecchie e stavo troppo male per scrivere ancora. Ed il dramma è che cancelli le parole ma le delusioni restano.

Riflettevo su come sarebbe bello arrivare un giorno a comportarmi con le persone come mi comporto con i dolci mentre sono in forno: far finta di non aspettare che sia pronto per vedere com’è. Quindi a non scrivere, a non aspettarmi che loro mi deludano ma nemmeno che loro non lo facciano. A fare a meno di loro ma , allo stesso tempo, a non chiudermi a riccio per paura che mi feriscano.

Per adesso so che alcune di loro ci sono e ci saranno sempre, pronte a dirmi eccomi anche quando non glielo chiederò. Per loro cucinerò dolci di nascosto, senza che loro se lo aspettino. E anche se mi capiterà qualche volta di usare ancora il sale al posto dello zucchero, ci rideremo su e usciremo a mangiare un gelato.

Perchè è vero che, quando vanno via le parole ,le delusioni restano. Ma restano anche gli amici.

Il mondo tecnologico ci ha regalato la possibilità di scegliere e conservare tra i ricordi, quelli più belli che abbiamo nella nostra memoria. Salviamo le immagini migliori, scartiamo quello che ci mette in imbarazzo, ritocchiamo l’esposizione e facciamo brillare i colori che preferiamo.
Pensavo a quanto sarebbe bello se fosse davvero così, se fosse possibile avere solo mucchi di ricordi belli agli angoli dei pensieri fatti di risa e di gialli accesi, di abbracci e di cieli azzurri.
Ultimamente mi capita di fare i conti con un’adolescenza che sembra non essere mai finita. Non mi sono mai sbarazzata di certe immagini ma, anzi , le ho accumulate.
Ho un mucchio di passato che, come per tutti, ha dato origine a quello che oggi sono io.
Ho sempre scelto gli uomini sbagliati e spesso, tra quelli sbagliati, mi sono accontentata dei peggiori. Ho sempre avuto amiche-nemiche e spesso ho avuto talmente paura di essere abbandonata, che ho finito per credere che l’una e l’altra dovessero convivere nella stessa persona. Ho talmente avuto bisogno di un rapporto con mia madre che, alla fine, ho finto di essere stata io a non averlo voluto.
Ho talmente avuto paura di non essere accettata dagli altri che, alla fine , ho recitato talmente bene da far credere di essere io a non volere la loro vicinanza.
Mi porto ancora dietro certe immagini e, di conseguenza, certi atteggiamenti e mi piacerebbe oggi avere la possibilità di spiegare il perchè attraverso le fotografie di certe assenze, di certe presenze sbagliate, di un’adolescenza trascorsa dentro a un diario pieno di segreti e di “vorrei che loro mi vedessero”.
Penso a tutte queste cose e penso a quanto mi fanno male e così, alla fine, per stare meno male decido che, la mia vecchia macchina fotografica gialla me la tengo chiusa nel cassetto.
Capisce solo chi vuol capire, vede solo chi vuol vedere e Mi vede solo chi si ferma a guardarmi.

Il mondo tecnologico ci ha regalato la possibilità di scegliere e conservare tra i ricordi, quelli più belli che abbiamo nella nostra memoria. Salviamo le immagini migliori, scartiamo quello che ci mette in imbarazzo, ritocchiamo l’esposizione e facciamo brillare i colori che preferiamo.

Pensavo a quanto sarebbe bello se fosse davvero così, se fosse possibile avere solo mucchi di ricordi belli agli angoli dei pensieri fatti di risa e di gialli accesi, di abbracci e di cieli azzurri.

Ultimamente mi capita di fare i conti con un’adolescenza che sembra non essere mai finita. Non mi sono mai sbarazzata di certe immagini ma, anzi , le ho accumulate.

Ho un mucchio di passato che, come per tutti, ha dato origine a quello che oggi sono io.

Ho sempre scelto gli uomini sbagliati e spesso, tra quelli sbagliati, mi sono accontentata dei peggiori. Ho sempre avuto amiche-nemiche e spesso ho avuto talmente paura di essere abbandonata, che ho finito per credere che l’una e l’altra dovessero convivere nella stessa persona. Ho talmente avuto bisogno di un rapporto con mia madre che, alla fine, ho finto di essere stata io a non averlo voluto.

Ho talmente avuto paura di non essere accettata dagli altri che, alla fine , ho recitato talmente bene da far credere di essere io a non volere la loro vicinanza.

Mi porto ancora dietro certe immagini e, di conseguenza, certi atteggiamenti e mi piacerebbe oggi avere la possibilità di spiegare il perchè attraverso le fotografie di certe assenze, di certe presenze sbagliate, di un’adolescenza trascorsa dentro a un diario pieno di segreti e di “vorrei che loro mi vedessero”.

Penso a tutte queste cose e penso a quanto mi fanno male e così, alla fine, per stare meno male decido che, la mia vecchia macchina fotografica gialla me la tengo chiusa nel cassetto.

Capisce solo chi vuol capire, vede solo chi vuol vedere e Mi vede solo chi si ferma a guardarmi.

Tra le tante regole tacite che regolano i rapporti umani c’è questa qui che dice che più spazio dai a qualcuno, più questo signor qualcuno ne prende. Più spazio prende, più possibilità esistono affinchè lui calpesti i tuoi sentimenti.
Si potessero prevedere le azioni delle persone, l’andamento di un rapporto e la sensibilità di chi hai di fronte, il problema sarebbe risolto. Ma purtroppo non va così.
Mi viene da pensare a quando viene qualcuno a trovarti in una casa in cui ti sei appena trasferito. Lo puoi mica lasciare nel corridoio e farlo stare immobile tra i pilastri? Se poi vuole vedere il resto della casa? Se ha bisogno della toilette?
Succede che, per senso dell’ospitalità o per autocompiacimento, tendi a metterlo a suo agio e cancelli dal tuo cervello le possibilità negative che questa cosa del fai-come-fossi-a-casa-tua implica. Non puoi però nemmeno stargli dietro con la paura che inciampi in qualcosa che hai lasciato in giro. Perchè diventerebbe impossibile da gestire.
Quindi poi ho capito che si potrebbe risolvere questa cosa andando a monte del problema e cioè ponendo delle barriere, dei pilastri, chiudendo le porte a chiave e lasciando aperte solo quelle in cui, se poi lui dovesse essere invadente, non potrebbe imbattersi in niente di troppo delicato.
La verità, però, è che io e l’equilibrio nei rapporti non siamo mai stati grandi alleati. Io sono quella del tutto o niente. Delle porte spalancate o dei muri di cemento armato. Dei grandi silenzi o delle notti al telefono. Sono quella che non te lo dice ma che ti mette in condizione di distruggerle tutta la casa perchè sa o ingenuamente spera che tu non lo farai. Se poi lo fai, stop. Fuori e non farti vedere mai più. Casa distrutta e solitudine.
Quindi poi le possibilità per non soffrire per i cocci rotti si riducono a due: non fare più entrare nessuno o andare io a trovare gli altri.
Perchè tanto io, a restare in equilibrio per non oltrepassare i limiti degli altri, sono sempre stata maestra.

Tra le tante regole tacite che regolano i rapporti umani c’è questa qui che dice che più spazio dai a qualcuno, più questo signor qualcuno ne prende. Più spazio prende, più possibilità esistono affinchè lui calpesti i tuoi sentimenti.

Si potessero prevedere le azioni delle persone, l’andamento di un rapporto e la sensibilità di chi hai di fronte, il problema sarebbe risolto. Ma purtroppo non va così.

Mi viene da pensare a quando viene qualcuno a trovarti in una casa in cui ti sei appena trasferito. Lo puoi mica lasciare nel corridoio e farlo stare immobile tra i pilastri? Se poi vuole vedere il resto della casa? Se ha bisogno della toilette?

Succede che, per senso dell’ospitalità o per autocompiacimento, tendi a metterlo a suo agio e cancelli dal tuo cervello le possibilità negative che questa cosa del fai-come-fossi-a-casa-tua implica. Non puoi però nemmeno stargli dietro con la paura che inciampi in qualcosa che hai lasciato in giro. Perchè diventerebbe impossibile da gestire.

Quindi poi ho capito che si potrebbe risolvere questa cosa andando a monte del problema e cioè ponendo delle barriere, dei pilastri, chiudendo le porte a chiave e lasciando aperte solo quelle in cui, se poi lui dovesse essere invadente, non potrebbe imbattersi in niente di troppo delicato.

La verità, però, è che io e l’equilibrio nei rapporti non siamo mai stati grandi alleati. Io sono quella del tutto o niente. Delle porte spalancate o dei muri di cemento armato. Dei grandi silenzi o delle notti al telefono. Sono quella che non te lo dice ma che ti mette in condizione di distruggerle tutta la casa perchè sa o ingenuamente spera che tu non lo farai. Se poi lo fai, stop. Fuori e non farti vedere mai più. Casa distrutta e solitudine.

Quindi poi le possibilità per non soffrire per i cocci rotti si riducono a due: non fare più entrare nessuno o andare io a trovare gli altri.

Perchè tanto io, a restare in equilibrio per non oltrepassare i limiti degli altri, sono sempre stata maestra.

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