Nº. 1 of  24

m. for mirror

E’ sempre stato un trauma, per me, quello di svegliarmi. Da piccola quando, alle sette, mia madre irrompeva nel mio sonno per mandarmi a scuola, ero certa che quella fosse la cosa più brutta del mondo. In meno di mezz’ora avevo fatto colazione, mi ero lavata , mi ero fatta imbottire di abiti e grembiulino ed ero fuori dalla porta di casa. 
Poi sono cresciuta e la scena è diventata un pò più autonoma. Non mi svegliava e non mi vestiva più lei e molto spesso, prima di uscire, non ci salutavamo nemmeno. A volte si vive dando per scontato le cose semplici perchè si sa che saranno sempre lì.
Ma quanto è sincera la parola sempre?
Sabato mi sono svegliata nello strano grigiore di un Maggio atipico e alla televisione parlavano di una madre che non rivedrà mai più sua figlia, una ragazza di 16 anni uscita per andare a scuola come ogni giorno. La morte non è mai una bella parola ma spesso ha dei sinonimi che sono anche peggio. La morte di Melissa si chiama mafia e con lei e con sua madre non aveva niente a che fare. 
Esistono vicende che diventano luci accecanti negli occhi delle persone distratte, di quelli che vanno avanti cullandosi in finte certezze, di quelli che vivono i propri affetti pensando che saranno sempre lì, qualunque cosa accada. Io sono una persona distratta e sono fatta molto male.
Penso sempre che non ho tempo sufficiente per lavorare, mi sveglio all’alba e vado a letto tardi facendo in modo che le mie giornate durino il doppio di quelle degli altri. Mi butto a capofitto nelle letture, nelle sfilate, nelle ricerche e mi sento un’irresponsabile quando non riesco a portare a termine le cose. Parlo tanto, scrivo tantissimo e penso a domani facendomi forte sulle mie certezze di oggi.
Poi il telegiornale dice che puoi morire mentre aspetti le tue compagne per entrare in classe e che tua madre, che magari ha dimenticato di salutarti prima che tu uscissi, potrebbe non rivederti mai più. E che tutto questo ha come colpevole una parola astratta che, invece, farà sempre tragedie troppo concrete.
Allora ti metti a pensare a tua madre, ai tuoi affetti, a quanto a volte un giorno ti sembra un giorno come un altro e invece è una cosa speciale perchè si chiama vita. Ti metti a pensare che il lavoro ti da da vivere ma che quello che ti tiene realmente in vita sono gli affetti. Che non hai mai detto a tua madre che le vuoi bene e che, se il mondo dovesse finire stanotte, quello sarebbe il tuo rimpianto più grande.
Così accendi il pc, vai sul sito delle ferrovie dello stato e compri un biglietto per tornare a casa. Gli dai il nome di felicità e il senso di una promessa: quella di abbracciare forte la tua famiglia come se fosse l’ultimo giorno del mondo.

E’ sempre stato un trauma, per me, quello di svegliarmi. Da piccola quando, alle sette, mia madre irrompeva nel mio sonno per mandarmi a scuola, ero certa che quella fosse la cosa più brutta del mondo. In meno di mezz’ora avevo fatto colazione, mi ero lavata , mi ero fatta imbottire di abiti e grembiulino ed ero fuori dalla porta di casa. 

Poi sono cresciuta e la scena è diventata un pò più autonoma. Non mi svegliava e non mi vestiva più lei e molto spesso, prima di uscire, non ci salutavamo nemmeno. A volte si vive dando per scontato le cose semplici perchè si sa che saranno sempre lì.

Ma quanto è sincera la parola sempre?

Sabato mi sono svegliata nello strano grigiore di un Maggio atipico e alla televisione parlavano di una madre che non rivedrà mai più sua figlia, una ragazza di 16 anni uscita per andare a scuola come ogni giorno. La morte non è mai una bella parola ma spesso ha dei sinonimi che sono anche peggio. La morte di Melissa si chiama mafia e con lei e con sua madre non aveva niente a che fare. 

Esistono vicende che diventano luci accecanti negli occhi delle persone distratte, di quelli che vanno avanti cullandosi in finte certezze, di quelli che vivono i propri affetti pensando che saranno sempre lì, qualunque cosa accada. Io sono una persona distratta e sono fatta molto male.

Penso sempre che non ho tempo sufficiente per lavorare, mi sveglio all’alba e vado a letto tardi facendo in modo che le mie giornate durino il doppio di quelle degli altri. Mi butto a capofitto nelle letture, nelle sfilate, nelle ricerche e mi sento un’irresponsabile quando non riesco a portare a termine le cose. Parlo tanto, scrivo tantissimo e penso a domani facendomi forte sulle mie certezze di oggi.

Poi il telegiornale dice che puoi morire mentre aspetti le tue compagne per entrare in classe e che tua madre, che magari ha dimenticato di salutarti prima che tu uscissi, potrebbe non rivederti mai più. E che tutto questo ha come colpevole una parola astratta che, invece, farà sempre tragedie troppo concrete.

Allora ti metti a pensare a tua madre, ai tuoi affetti, a quanto a volte un giorno ti sembra un giorno come un altro e invece è una cosa speciale perchè si chiama vita. Ti metti a pensare che il lavoro ti da da vivere ma che quello che ti tiene realmente in vita sono gli affetti. Che non hai mai detto a tua madre che le vuoi bene e che, se il mondo dovesse finire stanotte, quello sarebbe il tuo rimpianto più grande.

Così accendi il pc, vai sul sito delle ferrovie dello stato e compri un biglietto per tornare a casa. Gli dai il nome di felicità e il senso di una promessa: quella di abbracciare forte la tua famiglia come se fosse l’ultimo giorno del mondo.

Detesto quando luoghi grandi ed affollati diventano stretti da non riuscire ad evitarsi. Quando l’imbarazzo impone allo sguardo di planare basso. Quando se tu sei qui io me ne vado e, se arrivo io, te ne vai tu. Quando, se io sorrido mentre parlo con qualcuno, tu arrivi infastidito e io smetto di parlare e mi allontano. Quando ogni angolo è una trappola da evitare e quando ad ogni drink corrisponde una parola di troppo.
Detesto convivere con la sensazione di delusione mista al disgusto e detesto che riguardi te che non cresci mai e a me che non so non amarti mai. Detesto quando mi sento costretta a vedere mentre il nostro “non-siamo-niente” potrebbe bastarmi per voltarmi dall’altra parte.
Detesto quando non mi chiedi scusa, non perchè non lo sai fare ma perchè non vedi i tuoi errori. Quando mi sento piccola e ho paura di te, quando non sento più il tuo odore ma solo una tanfa di Havana di seconda scelta. Quando non capisco se la colpa è tua se non sei più tu, se è colpa del ruhm o di qualcos’altro.
Detesto quando mi abbracci e io vorrei scappare, quando mentre mi fai male alle mani mi fai male al cuore. Quando il futuro con te mi inizia a sembrare una pazzia e il passato diventa un anno sprecato dietro a nessuno. 
Detesto quando mi sento sola con te accanto e sto per piangere. Quando, nonostante sento che ti amo, non mi ricordo più il perchè.

Detesto quando luoghi grandi ed affollati diventano stretti da non riuscire ad evitarsi. Quando l’imbarazzo impone allo sguardo di planare basso. Quando se tu sei qui io me ne vado e, se arrivo io, te ne vai tu. Quando, se io sorrido mentre parlo con qualcuno, tu arrivi infastidito e io smetto di parlare e mi allontano. Quando ogni angolo è una trappola da evitare e quando ad ogni drink corrisponde una parola di troppo.

Detesto convivere con la sensazione di delusione mista al disgusto e detesto che riguardi te che non cresci mai e a me che non so non amarti mai. Detesto quando mi sento costretta a vedere mentre il nostro “non-siamo-niente” potrebbe bastarmi per voltarmi dall’altra parte.

Detesto quando non mi chiedi scusa, non perchè non lo sai fare ma perchè non vedi i tuoi errori. Quando mi sento piccola e ho paura di te, quando non sento più il tuo odore ma solo una tanfa di Havana di seconda scelta. Quando non capisco se la colpa è tua se non sei più tu, se è colpa del ruhm o di qualcos’altro.

Detesto quando mi abbracci e io vorrei scappare, quando mentre mi fai male alle mani mi fai male al cuore. Quando il futuro con te mi inizia a sembrare una pazzia e il passato diventa un anno sprecato dietro a nessuno. 

Detesto quando mi sento sola con te accanto e sto per piangere. Quando, nonostante sento che ti amo, non mi ricordo più il perchè.

A chi è venuto a prendermi alla stazione. A chi mi aspettava nonostante non sapeva che sarei arrivata. A chi ha aspettato la mezzanotte, a chi ci ha pensato prima. Alle parole belle, a quelle di circostanza. A chi l’ha ricordato solo perchè Facebook mi ha messa in alto a destra tra i compleanni. A chi si è addormentato aspettando col cellulare in mano che fosse ora. A chi mi ha fatto gli auguri solo per convenzione. A chi non me li ha fatti ma almeno è stato coerente. A chi mi ha scritto col cuore. Ai vecchi amici che se ne ricorderanno sempre e ai nuovi che l’hanno ricordato lo stesso. A te che non ci speravo più eppure ci sei stato.
Grazie. 

A chi è venuto a prendermi alla stazione. A chi mi aspettava nonostante non sapeva che sarei arrivata. A chi ha aspettato la mezzanotte, a chi ci ha pensato prima. Alle parole belle, a quelle di circostanza. A chi l’ha ricordato solo perchè Facebook mi ha messa in alto a destra tra i compleanni. A chi si è addormentato aspettando col cellulare in mano che fosse ora. A chi mi ha fatto gli auguri solo per convenzione. A chi non me li ha fatti ma almeno è stato coerente. A chi mi ha scritto col cuore. Ai vecchi amici che se ne ricorderanno sempre e ai nuovi che l’hanno ricordato lo stesso. A te che non ci speravo più eppure ci sei stato.

Grazie. 

Si dice che quando vuoi troppe cose o quando hai troppe faccende da sbrigare, sia molto utile annotare tutto su un foglio di carta. Mettere nero su bianco aiuta - o almeno dovrebbe - a distinguere l’utile dal superfluo, il necessario e l’accessorio.
Alla vigilia del mio venticinquesimo compleanno mi misi a pensare al futuro, alla mia vita che si preparava ad un ennesimo cambiamento, ad una casa da cercare, al nuovo lavoro, ai miei progetti, alla mia ansia di guarire e di sentirmi libera di amare di nuovo il mio corpo.
Presi un foglio e iniziai a scrivere tutto senza nessun ordine. Semplicemente annotando ciò che avrei voluto fare. A lista finita, sotto ai miei occhi, per la prima volta mi fermai a guardare i miei passi in avanti vestiti di parole brevi, il mio essere cresciuta senza accorgermene. 
Si giudicano le persone in base alle apparenze. A volte ci si nega la possibilità di conoscerle perchè un preconcetto impedisce di fare un tentativo e si finisce a vivere con il dubbio di ciò che sarebbe successo “SE”. Si prendono distanze dalle cose importanti quando si ha paura di affrontarle, si sfugge dalle responsabilità celandosi dietro agli anni giovani che, si sa, il permesso di sbagliare e di rimandare lo conocedono a tutti.
Poi un giorno ti trovi cresciuta e qualcosa ti scatta dentro. Nella lista delle cose da fare ci sono parole importanti, i desideri hanno un vestito adulto che prescinde dalle futilità.  Riconosci nel presente una responsabilità e non una fase di transizione tra quello che è stato e quel che sarà. La necessità di rendere la tua vita quello che desideri diventa una molla per non concedere più il tempo al tempo. Per aiutare il futuro ad entrare nel tuo presente dalla porta principale e non più di sottecchi.
In ognuno di noi si nasconde qualcosa che ancora non conosciamo e tutti quelli che entrano nella nostra vita, inevitabilmente, segnano quello che siamo e quello che diventeremo. 
Guardavo alle nozze d’argento del matrimonio con me stessa e mi rendevo conto di non aver mai apprezzato quello che ero stata, nemmeno per un attimo. Di essere stata solo concentrata a detestarmi, a volermi diversa, a cercare di cambiarmi. 
Forse la storia delle lista non era stata proprio una buona idea. Forse esisteva un’unica verbo riflessivo in grado di contenere tutto.
Per il mio venticinquesimo compleanno avevo un solo progetto: Amarmi.

Si dice che quando vuoi troppe cose o quando hai troppe faccende da sbrigare, sia molto utile annotare tutto su un foglio di carta. Mettere nero su bianco aiuta - o almeno dovrebbe - a distinguere l’utile dal superfluo, il necessario e l’accessorio.

Alla vigilia del mio venticinquesimo compleanno mi misi a pensare al futuro, alla mia vita che si preparava ad un ennesimo cambiamento, ad una casa da cercare, al nuovo lavoro, ai miei progetti, alla mia ansia di guarire e di sentirmi libera di amare di nuovo il mio corpo.

Presi un foglio e iniziai a scrivere tutto senza nessun ordine. Semplicemente annotando ciò che avrei voluto fare. A lista finita, sotto ai miei occhi, per la prima volta mi fermai a guardare i miei passi in avanti vestiti di parole brevi, il mio essere cresciuta senza accorgermene. 

Si giudicano le persone in base alle apparenze. A volte ci si nega la possibilità di conoscerle perchè un preconcetto impedisce di fare un tentativo e si finisce a vivere con il dubbio di ciò che sarebbe successo “SE”. Si prendono distanze dalle cose importanti quando si ha paura di affrontarle, si sfugge dalle responsabilità celandosi dietro agli anni giovani che, si sa, il permesso di sbagliare e di rimandare lo conocedono a tutti.

Poi un giorno ti trovi cresciuta e qualcosa ti scatta dentro. Nella lista delle cose da fare ci sono parole importanti, i desideri hanno un vestito adulto che prescinde dalle futilità.  Riconosci nel presente una responsabilità e non una fase di transizione tra quello che è stato e quel che sarà. La necessità di rendere la tua vita quello che desideri diventa una molla per non concedere più il tempo al tempo. Per aiutare il futuro ad entrare nel tuo presente dalla porta principale e non più di sottecchi.

In ognuno di noi si nasconde qualcosa che ancora non conosciamo e tutti quelli che entrano nella nostra vita, inevitabilmente, segnano quello che siamo e quello che diventeremo. 

Guardavo alle nozze d’argento del matrimonio con me stessa e mi rendevo conto di non aver mai apprezzato quello che ero stata, nemmeno per un attimo. Di essere stata solo concentrata a detestarmi, a volermi diversa, a cercare di cambiarmi. 

Forse la storia delle lista non era stata proprio una buona idea. Forse esisteva un’unica verbo riflessivo in grado di contenere tutto.

Per il mio venticinquesimo compleanno avevo un solo progetto: Amarmi.

Ciò che distingue un uomo da un animale, anche quando la morfologia fisica sembra destare sospetti, è il dono della parola, la comunicazione. I rapporti interpersonali su cui si basa la vita di ogni essere umano, si collocano sulla scala gerarchica dell’importanza anche - e soprattutto - in virtù del grado di correlazione con la persona in questione. 
Un rapporto tra due persone differisce da un rapporto tra due animali perchè due mucche, per esempio, possono limitarsi a convivere nella stessa stalla senza proferirsi parola, senza manifestare eventuali insofferenze, senza farsi promesse e senza dirsi bugie. 
Per alcuni rapporti umani vale la regola del “meno parliamo meno litighiamo”, per altri vale il discorso inverso. In generale, uno scambio di idee attivo, mette sempre e comunque a dura prova la resistenza al diverbio. 
Si usano le parole per riempire i pranzi di lavoro, le telefonate, le aspettative. Un mucchio di parole spesso significa una promessa che non verrà mantenuta e che, nel lungo periodo, si trasforma in una bugia da inventare per sfuggire alle responsabilità.
Se è vero che ad ogni rinuncia corrisponde una contropartita, per quale motivo ad una promessa non mantenuta può corrispondere una bugia che inganna il senso di responsabilità?
Mi misi a pensare alle bugie, a quel mucchio di parole che ci si inventa per fuggire dalle conseguenze delle disattenzioni nei confronti delle promesse, per evitare di finire alla ghigliottina quando abbiamo commesso un errore.
Spesso una prima bugia rappresenta solo genesi di un processo che, inevitabilmente, diventa la normalità. Mentire la prima volta vuol dire aprire la porta del limbo dei rapporti finti e, in certi casi, vuol dire non tornare più indietro.
Se la nostra genetica ci ha favoriti agli animali regalandoci il dono della parola, per quale motivo, quando si commette un errore, si preferiscono le bugie ad un respiro profondo, poche lettere e molta umiltà?
Per quale motivo quando si sbaglia è così difficile pronunciare la parola “scusa” ?

Ciò che distingue un uomo da un animale, anche quando la morfologia fisica sembra destare sospetti, è il dono della parola, la comunicazione. I rapporti interpersonali su cui si basa la vita di ogni essere umano, si collocano sulla scala gerarchica dell’importanza anche - e soprattutto - in virtù del grado di correlazione con la persona in questione. 

Un rapporto tra due persone differisce da un rapporto tra due animali perchè due mucche, per esempio, possono limitarsi a convivere nella stessa stalla senza proferirsi parola, senza manifestare eventuali insofferenze, senza farsi promesse e senza dirsi bugie. 

Per alcuni rapporti umani vale la regola del “meno parliamo meno litighiamo”, per altri vale il discorso inverso. In generale, uno scambio di idee attivo, mette sempre e comunque a dura prova la resistenza al diverbio. 

Si usano le parole per riempire i pranzi di lavoro, le telefonate, le aspettative. Un mucchio di parole spesso significa una promessa che non verrà mantenuta e che, nel lungo periodo, si trasforma in una bugia da inventare per sfuggire alle responsabilità.

Se è vero che ad ogni rinuncia corrisponde una contropartita, per quale motivo ad una promessa non mantenuta può corrispondere una bugia che inganna il senso di responsabilità?

Mi misi a pensare alle bugie, a quel mucchio di parole che ci si inventa per fuggire dalle conseguenze delle disattenzioni nei confronti delle promesse, per evitare di finire alla ghigliottina quando abbiamo commesso un errore.

Spesso una prima bugia rappresenta solo genesi di un processo che, inevitabilmente, diventa la normalità. Mentire la prima volta vuol dire aprire la porta del limbo dei rapporti finti e, in certi casi, vuol dire non tornare più indietro.

Se la nostra genetica ci ha favoriti agli animali regalandoci il dono della parola, per quale motivo, quando si commette un errore, si preferiscono le bugie ad un respiro profondo, poche lettere e molta umiltà?

Per quale motivo quando si sbaglia è così difficile pronunciare la parola “scusa” ?

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