E’ sempre stato un trauma, per me, quello di svegliarmi. Da piccola quando, alle sette, mia madre irrompeva nel mio sonno per mandarmi a scuola, ero certa che quella fosse la cosa più brutta del mondo. In meno di mezz’ora avevo fatto colazione, mi ero lavata , mi ero fatta imbottire di abiti e grembiulino ed ero fuori dalla porta di casa.
Poi sono cresciuta e la scena è diventata un pò più autonoma. Non mi svegliava e non mi vestiva più lei e molto spesso, prima di uscire, non ci salutavamo nemmeno. A volte si vive dando per scontato le cose semplici perchè si sa che saranno sempre lì.
Ma quanto è sincera la parola sempre?
Sabato mi sono svegliata nello strano grigiore di un Maggio atipico e alla televisione parlavano di una madre che non rivedrà mai più sua figlia, una ragazza di 16 anni uscita per andare a scuola come ogni giorno. La morte non è mai una bella parola ma spesso ha dei sinonimi che sono anche peggio. La morte di Melissa si chiama mafia e con lei e con sua madre non aveva niente a che fare.
Esistono vicende che diventano luci accecanti negli occhi delle persone distratte, di quelli che vanno avanti cullandosi in finte certezze, di quelli che vivono i propri affetti pensando che saranno sempre lì, qualunque cosa accada. Io sono una persona distratta e sono fatta molto male.
Penso sempre che non ho tempo sufficiente per lavorare, mi sveglio all’alba e vado a letto tardi facendo in modo che le mie giornate durino il doppio di quelle degli altri. Mi butto a capofitto nelle letture, nelle sfilate, nelle ricerche e mi sento un’irresponsabile quando non riesco a portare a termine le cose. Parlo tanto, scrivo tantissimo e penso a domani facendomi forte sulle mie certezze di oggi.
Poi il telegiornale dice che puoi morire mentre aspetti le tue compagne per entrare in classe e che tua madre, che magari ha dimenticato di salutarti prima che tu uscissi, potrebbe non rivederti mai più. E che tutto questo ha come colpevole una parola astratta che, invece, farà sempre tragedie troppo concrete.
Allora ti metti a pensare a tua madre, ai tuoi affetti, a quanto a volte un giorno ti sembra un giorno come un altro e invece è una cosa speciale perchè si chiama vita. Ti metti a pensare che il lavoro ti da da vivere ma che quello che ti tiene realmente in vita sono gli affetti. Che non hai mai detto a tua madre che le vuoi bene e che, se il mondo dovesse finire stanotte, quello sarebbe il tuo rimpianto più grande.
Così accendi il pc, vai sul sito delle ferrovie dello stato e compri un biglietto per tornare a casa. Gli dai il nome di felicità e il senso di una promessa: quella di abbracciare forte la tua famiglia come se fosse l’ultimo giorno del mondo.


