m. for mirror

All’improvviso guardavo le sue foto con distacco, come se non fosse più la persona di cui ero innamorata ma un fratello gemello, un sosia. Qualcuno con la sua faccia, insomma. La cosa che riusciva benissimo ad entrambi era quella, da un giorno all’altro, di diventare perfetti sconosciuti. Bastava che uno dei due smettesse di farsi sentire per avviare mesi interi di assoluto silenzio: una conseguenza diventava una decisione comune.
Grazie all’ennesimo periodo di vuoto tra noi, per la prima volta mi misi a pensare a lui e non alla persona che amavo. Cercai di analizzarlo ex novo, come si fa quando rileggi un libro di cui non hai capito il significato. Erano i miei sentimenti a non lasciarmi tregua o era davvero lui-come-persona ad avermi incantata?
Quando una persona entra nella nostra vita in una fase delicata in cui, magari, non c’è nulla che vada per il verso giusto, provoca dentro di noi qualcosa di inspiegabile: una sensazione simile ad un tepore improvviso in mezzo ad una tormenta. Come degli avari del tempo facciamo tesoro di quell’attimo e finiamo per farlo diventare grande come un sentimento. Così iniziamo una relazione con le emozioni e non con la persona che ce le ha provocate. 
Più guardavo le sue foto e più mi rendevo conto di quanto fosse difficile continuare ad amarlo senza avere più nulla nelle tasche da portare con me. Ormai erano troppo lontane quelle sensazioni e la lontananza sbiadiva anche il suo ricordo. 
Forse stava solo accadendo l’inevitabile: la distanza e il silenzio erano diventati alleati della mia lucidità e avevo realizzato che non stavo male per la sua assenza, piuttosto per il vuoto che aveva lasciato nei miei sentimenti e nelle mie speranze.
Dove iniziava davvero il mio amore per lui e dove invece cominciava il mio amore-per-l’amore? Amavo lui o l’innamoramento?
Per quale motivo la lucidità si ricorda di noi solo quando si tratta di conclusioni?

All’improvviso guardavo le sue foto con distacco, come se non fosse più la persona di cui ero innamorata ma un fratello gemello, un sosia. Qualcuno con la sua faccia, insomma. La cosa che riusciva benissimo ad entrambi era quella, da un giorno all’altro, di diventare perfetti sconosciuti. Bastava che uno dei due smettesse di farsi sentire per avviare mesi interi di assoluto silenzio: una conseguenza diventava una decisione comune.

Grazie all’ennesimo periodo di vuoto tra noi, per la prima volta mi misi a pensare a lui e non alla persona che amavo. Cercai di analizzarlo ex novo, come si fa quando rileggi un libro di cui non hai capito il significato. Erano i miei sentimenti a non lasciarmi tregua o era davvero lui-come-persona ad avermi incantata?

Quando una persona entra nella nostra vita in una fase delicata in cui, magari, non c’è nulla che vada per il verso giusto, provoca dentro di noi qualcosa di inspiegabile: una sensazione simile ad un tepore improvviso in mezzo ad una tormenta. Come degli avari del tempo facciamo tesoro di quell’attimo e finiamo per farlo diventare grande come un sentimento. Così iniziamo una relazione con le emozioni e non con la persona che ce le ha provocate. 

Più guardavo le sue foto e più mi rendevo conto di quanto fosse difficile continuare ad amarlo senza avere più nulla nelle tasche da portare con me. Ormai erano troppo lontane quelle sensazioni e la lontananza sbiadiva anche il suo ricordo. 

Forse stava solo accadendo l’inevitabile: la distanza e il silenzio erano diventati alleati della mia lucidità e avevo realizzato che non stavo male per la sua assenza, piuttosto per il vuoto che aveva lasciato nei miei sentimenti e nelle mie speranze.

Dove iniziava davvero il mio amore per lui e dove invece cominciava il mio amore-per-l’amore? Amavo lui o l’innamoramento?

Per quale motivo la lucidità si ricorda di noi solo quando si tratta di conclusioni?

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