L’inverno aveva fornito alle mie mani un alibi per sfuggire al contatto con la mia pelle. Per mesi avevo nascosto il mio corpo nei maglioni di lana, nei maxi dress e nelle gonne lunghe. L’ossessione di celare la mia anatomia mi portava ad occultarla nel feltro dei cappotti o nei volumi ingombranti di un parka militare diventato la mia seconda pelle. Compravo vestiti che non avrei mai indossato nonostante li trovassi meravigliosi ed evitavo qualsiasi specchio, qualsiasi superficie potesse sbattermi in faccia il riflesso di una sagoma che detestavo e ripudiavo. Che non sentivo mia.
La scusa del lavoro mi veniva in ausilio quando mi serviva un motivo plausibile per sfuggire al dovere morale verso i miei 24 anni, verso un’età che rivendicava una forma qualsiasi di vita sociale. Sentivo un’incessante esigenza di nascondermi, di chiudere a chiave in una stanza buia il mio senso di inadeguatezza, mio perpetuo sentirmi non-abbastanza-qualcosa.
La bilancia, i centimetri, le taglie dei jeans, lo spessore delle mie gambe e quello delle mie braccia erano l’assillo supremo del mio amor proprio. Rappresentavano l’entità esatta del mio fallimento.
Il mio sorriso spento, i miei occhi tristi e il mio voluto isolamento non erano altro che declinazioni del mio dolore. Un dolore che aveva origini lontane, sepolte negli anni, soffocate e poi riaffiorate. Un dolore che portava un nome semplice, di quattro lettere. Il mio dolore si chiamava cibo che nei mesi lontano da casa aveva finito per ingannarmi ancora, attraendomi a se e poi rifiutandomi come un fidanzato che ti vuole e poi non ti vuole più da un giorno all’altro.
Com’era possibile che il mio corpo potesse essere capace di togliermi la gioia di vivere? A tutti era concessa la libertà di scegliere di pesare 5 chili in più e di vivere benissimo lo stesso, perchè io non ci riuscivo?
Perchè per me cibo voleva dire distruzione?