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m. for mirror

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C’è chi si nasconde dentro ai cassetti insieme ai sogni, chi nell’armadio insieme agli scheletri, chi in un diario insieme alle parole che non dirà mai a nessuno. Ognuno ha il proprio angolo di verità da qualche parte, una fetta atemporale di mondo in cui essere se stessi fino in fondo.
Da piccola ero tonda, da adolescente grassottella. Ho sempre detestato il cibo. Mia madre mi racconta spesso che quando avevo due anni, per farmi mangiare, mi comprarono un pappagallo affinchè io potessi distrarmi e non sputare pastina in ogni dove. Sono nata a Napoli, nel Sud del cibo gustoso, dei condimenti, delle corporature curvilinee e del benessere dopo la misera.
Guardavo Non è La Rai e pensavo che volevo vestirmi anche io con gli shorts e le superga ma che non avrei mai potuto. A quattordici anni avevo un’amica anoressica a cui evitare di andare in bagno a vomitare. Nonostante mi sentissi responsabile per lei, di notte sognavo la sua magrezza, le sue anchette sporgenti contro i miei fianchi larghi e le mie gambe grasse. Non mi sono mai andata bene: come amica, come figlia, come sorella, come corpo.
Cominciai a lottare con la bilancia quando non riuscivo più a pesare la mia insoddisfazione e il mio senso di inappropriatezza. Un bel giorno decisi di non mangiare più e iniziai a dimagrire. Più dimagrivo più mi sentivo lontana da chi ero veramente. Iniziai a pesare molto poco mentre era Luglio e faceva troppo caldo per i miei 45 kili e per la mia pressione bassa. Svenivo per strada, nei bar, al mare. Mi illudevo di essere felice perchè il mio corpo esile era tutto quello che avevo sempre voluto anche se, poi, esile non era mai abbastanza.
Poi sono arrivate le diete per ingrassare e per farmi male all’anima mentre fingevo di guarire. Da scheletrica sono diventata normale e, mentre gli altri smettevano di preoccuparsi per me, io non ho mai smesso di voler dimagrire e così ho imparato a vomitare.
Poi arriva l’amore e ti riempie il cuore, lo stomaco, il tempo, ti da equilibrio e senso. Lui non era quello che volevo ma era anche l’antitesi perfetta di quello che ero io e per questo lo amavo. Era quello che io non riuscivo ad essere: razionale, determinato, pratico e scrupoloso. Sapeva chi essere e quando, mi diceva “sei bellissima” con un filo di voce, io non ci credevo ma mi piaceva il suono di quel complimento che nessuno mi aveva mai rivolto.
Sono diventata la fidanzata perfetta, quella che presenti ai tuoi genitori, che porti alle cene di lavoro perchè sai che sorriderà a tutti, che tradisci perchè sai che lei non crederà mai che l’hai fatto e con cui ad un certo punto smetti di fare l’amore e inizi a litigare. Intanto dimagrivo, mi lasciavo consumare dai digiuni e da una nuova insoddisfazione: quella di una storia da cui non riuscivo ad uscire per paura di morire di solitudine. Così mi ha lasciata lui.
Mi ha lasciata ed io ho non ho perso solo lui ma anche mille lacrime, 15 chili, il ciclo e tanti capelli. E quello è diventato il mio equilibrio. Poi in mezzo c’è stato tutto: l’amicizia vera, il lavoro, il mio blog e la moda che mi ha salvato i sogni.
Sono passati mesi, stagioni e anni. Sono cambiate tante cose ma non è mai cambiato il mio ribrezzo per il mio corpo. Sono diventata rigida, intransigente, spietata contro le calorie e il mio bioritmo.
Mi sono trasferita a Milano che era estate. Per me che abitavo il mio corpo controvoglia è stato un colpo basso a cui non ero preparata. Le donne a Milano non sono esseri umani, sono veneri. Le loro gambe lunghe e magrissime sono diventate la mia ossessione e ho iniziato a mangiare il doppio per il nervosismo, a vomitare, a bloccarmi il ciclo, a chiudermi in casa per nascondermi. Il mio equilibrio si è rotto e così mi sono buttata a capofitto nel lavoro facendo il tutto e per tutto per eccellere almeno in quello.
Dopo mesi di saliscendi dalla bilancia, di pianti, di buio e di depressione oggi ho deciso di guarire, ho deciso di andare con i miei piedi da un dottore, di incominciare la mia prima vera battaglia con la mia malattia. Ho voglia di sorridere, di uscire, di amare, di accarezzare la mia pelle senza cercare le mie ossa. Peso tanti chili in più e li detesto. Dopotutto però è grazie a questi maledetti chili in più che la bulimia si è stancata di abitare la mia vita ed ha acceso in me la volontà di guarire. Imparare a guarire è più difficile della guarigione stessa. Imparare a guarire vuol dire levarsi dalla testa certe immagini e certe ossessioni. Il pericolo è sempre in agguato e purtroppo fino a quando esisteranno blog pro-ana e pro-mia sarà sempre troppo facile imbattersi in qualche decalogo che ti insegna che se vomiti, poi, ti senti meglio.
Stasera ho scritto la mia storia perchè una donna che stimo molto si è fatta pasionaria della lotta contro questi dannati blog e sta usando la sua voce per una sensibilizzazione tutta in salita. Lei si chiama Franca Sozzani ed è il direttore di Vogue Italia, sul suo blog  ha fatto appello a chiunque abbia a cuore il problema di mobilitarsi nel proprio piccolo cercando di aiutare chi soffre e chi lotta ogni giorno. Io raccolgo il suo appello di aiuto,  non ho nulla da insegnare ma qualcosina da raccontare si.
Racconto di me nella mia fetta di realtà e mi appello a voi che ogni giorno mi dimostrate il vostro affetto e il vostro sostegno semplicemente leggendo quello che scrivo. Vi chiedo di tendermi la vostra mano e di tenderla sempre, incondizionatamente, ogni volta che qualcosa dentro di voi vi suggerisce di farlo. Perchè, se c’è una cosa che ho imparato dalla mia malattia è che una mano testa può cambiare le cose.
Questa è la mia.

C’è chi si nasconde dentro ai cassetti insieme ai sogni, chi nell’armadio insieme agli scheletri, chi in un diario insieme alle parole che non dirà mai a nessuno. Ognuno ha il proprio angolo di verità da qualche parte, una fetta atemporale di mondo in cui essere se stessi fino in fondo.

Da piccola ero tonda, da adolescente grassottella. Ho sempre detestato il cibo. Mia madre mi racconta spesso che quando avevo due anni, per farmi mangiare, mi comprarono un pappagallo affinchè io potessi distrarmi e non sputare pastina in ogni dove. Sono nata a Napoli, nel Sud del cibo gustoso, dei condimenti, delle corporature curvilinee e del benessere dopo la misera.

Guardavo Non è La Rai e pensavo che volevo vestirmi anche io con gli shorts e le superga ma che non avrei mai potuto. A quattordici anni avevo un’amica anoressica a cui evitare di andare in bagno a vomitare. Nonostante mi sentissi responsabile per lei, di notte sognavo la sua magrezza, le sue anchette sporgenti contro i miei fianchi larghi e le mie gambe grasse. Non mi sono mai andata bene: come amica, come figlia, come sorella, come corpo.

Cominciai a lottare con la bilancia quando non riuscivo più a pesare la mia insoddisfazione e il mio senso di inappropriatezza. Un bel giorno decisi di non mangiare più e iniziai a dimagrire. Più dimagrivo più mi sentivo lontana da chi ero veramente. Iniziai a pesare molto poco mentre era Luglio e faceva troppo caldo per i miei 45 kili e per la mia pressione bassa. Svenivo per strada, nei bar, al mare. Mi illudevo di essere felice perchè il mio corpo esile era tutto quello che avevo sempre voluto anche se, poi, esile non era mai abbastanza.

Poi sono arrivate le diete per ingrassare e per farmi male all’anima mentre fingevo di guarire. Da scheletrica sono diventata normale e, mentre gli altri smettevano di preoccuparsi per me, io non ho mai smesso di voler dimagrire e così ho imparato a vomitare.

Poi arriva l’amore e ti riempie il cuore, lo stomaco, il tempo, ti da equilibrio e senso. Lui non era quello che volevo ma era anche l’antitesi perfetta di quello che ero io e per questo lo amavo. Era quello che io non riuscivo ad essere: razionale, determinato, pratico e scrupoloso. Sapeva chi essere e quando, mi diceva “sei bellissima” con un filo di voce, io non ci credevo ma mi piaceva il suono di quel complimento che nessuno mi aveva mai rivolto.

Sono diventata la fidanzata perfetta, quella che presenti ai tuoi genitori, che porti alle cene di lavoro perchè sai che sorriderà a tutti, che tradisci perchè sai che lei non crederà mai che l’hai fatto e con cui ad un certo punto smetti di fare l’amore e inizi a litigare. Intanto dimagrivo, mi lasciavo consumare dai digiuni e da una nuova insoddisfazione: quella di una storia da cui non riuscivo ad uscire per paura di morire di solitudine. Così mi ha lasciata lui.

Mi ha lasciata ed io ho non ho perso solo lui ma anche mille lacrime, 15 chili, il ciclo e tanti capelli. E quello è diventato il mio equilibrio. Poi in mezzo c’è stato tutto: l’amicizia vera, il lavoro, il mio blog e la moda che mi ha salvato i sogni.

Sono passati mesi, stagioni e anni. Sono cambiate tante cose ma non è mai cambiato il mio ribrezzo per il mio corpo. Sono diventata rigida, intransigente, spietata contro le calorie e il mio bioritmo.

Mi sono trasferita a Milano che era estate. Per me che abitavo il mio corpo controvoglia è stato un colpo basso a cui non ero preparata. Le donne a Milano non sono esseri umani, sono veneri. Le loro gambe lunghe e magrissime sono diventate la mia ossessione e ho iniziato a mangiare il doppio per il nervosismo, a vomitare, a bloccarmi il ciclo, a chiudermi in casa per nascondermi. Il mio equilibrio si è rotto e così mi sono buttata a capofitto nel lavoro facendo il tutto e per tutto per eccellere almeno in quello.

Dopo mesi di saliscendi dalla bilancia, di pianti, di buio e di depressione oggi ho deciso di guarire, ho deciso di andare con i miei piedi da un dottore, di incominciare la mia prima vera battaglia con la mia malattia. Ho voglia di sorridere, di uscire, di amare, di accarezzare la mia pelle senza cercare le mie ossa. Peso tanti chili in più e li detesto. Dopotutto però è grazie a questi maledetti chili in più che la bulimia si è stancata di abitare la mia vita ed ha acceso in me la volontà di guarire. Imparare a guarire è più difficile della guarigione stessa. Imparare a guarire vuol dire levarsi dalla testa certe immagini e certe ossessioni. Il pericolo è sempre in agguato e purtroppo fino a quando esisteranno blog pro-ana e pro-mia sarà sempre troppo facile imbattersi in qualche decalogo che ti insegna che se vomiti, poi, ti senti meglio.

Stasera ho scritto la mia storia perchè una donna che stimo molto si è fatta pasionaria della lotta contro questi dannati blog e sta usando la sua voce per una sensibilizzazione tutta in salita. Lei si chiama Franca Sozzani ed è il direttore di Vogue Italia, sul suo blog  ha fatto appello a chiunque abbia a cuore il problema di mobilitarsi nel proprio piccolo cercando di aiutare chi soffre e chi lotta ogni giorno. Io raccolgo il suo appello di aiuto,  non ho nulla da insegnare ma qualcosina da raccontare si.

Racconto di me nella mia fetta di realtà e mi appello a voi che ogni giorno mi dimostrate il vostro affetto e il vostro sostegno semplicemente leggendo quello che scrivo. Vi chiedo di tendermi la vostra mano e di tenderla sempre, incondizionatamente, ogni volta che qualcosa dentro di voi vi suggerisce di farlo. Perchè, se c’è una cosa che ho imparato dalla mia malattia è che una mano testa può cambiare le cose.

Questa è la mia.